Sul percorrere nuovi sentieri

(in sette movimenti)

I.

Nel nostro tempo tutti i sentieri sembrano già battuti, tutta la realtà conoscibile e conosciuta, tutte le esistenze già programmate. Si allontanano da noi quelle regioni d’ombra e di mistero, quelle zone di vuota spazialità e di ignoto, quel contingente di imponderabilità che rende possibile la scandalosa epifania dell’essere. Ci rimane solo la tautologia dell’esistere, del semplice essere qui e ora.

È la tristezza del trovarsi, oggi, sotto un sole spento ed opaco che batte su distese di asfalto, davanti a un centro commerciale, in una foschia satura di inquinamento. O nei percorsi irreggimentati e già tracciati della dimensione turistica, ormai in declino. È un’immensa claustrofobia dell’esistere.

Se niente può ancora essere scoperto, se tutto è stato cartografato, predetto, pianificato; se nulla di nuovo può esserci ancora rivelato, allora nulla diviene, tutto permane in una stasi. Il divenire e il crescere dell’uomo sono legati inesorabilmente al suo percorso orizzontale, reale o simbolico, sopra la terra. La vita dell’uomo è viaggio, scoperta, spingersi oltre. Se ci è negato il viaggio siamo condannati a un’esistenza istantanea, verticale, in-sensata, senza direzione.

La possibilità del viaggio era già stata esaurita nella sua dimensione simbolica dalla colonizzazione reale di tutte le terre e da quella mentale compiuta attraverso i segni e le rappresentazioni. Oggi, con l’aggressione del potere alla libertà di movimento, si mette in discussione persino la possibilità fisica dell’uomo di spostarsi entro i confini della propria terra. L’esclusione dalla terra si avvia verso il suo apice.

Istantaneità significa essere senza desiderio e senza memoria, senza passato e senza futuro. Lo scarto tra realtà e desiderio, un tempo in grado di generare lo slancio al cambiamento, la visione dell’arte, la passione religiosa, si annulla nella soddisfazione immediata di ogni impulso, nella moltiplicazione allucinatoria degli stimoli e delle immagini, nella cattiva infinità di un’esistenza animale.

II.

Pare che potenti aziende private vogliano porre in cielo migliaia di nuovi satelliti con lo scopo di collegare alla rete i più remoti angoli della terra. I dispositivi ci appariranno nella notte come una miriade di puntini luminosi in movimento, compromettendo per sempre la vista del cielo stellato.

Nello spazio fisico, le stelle rappresentano l’orizzonte più lontano accessibile alla coscienza attraverso i sensi. Nelle stelle proiettiamo le nostre speranze e i nostri sogni più grandi. Le stelle ci dicono che la realtà è un profondo mistero; solo le stelle ci danno un’adeguata misura della grandezza dell’impresa dell’Essere. La vista delle stelle ci ricorda che abitiamo uno spazio di confine tra terra e Cielo, che include e riconcilia entrambi.

In profondità è sempre lo scarto tra terra e Cielo, realtà e idealità, speranza e limite, che accende il desiderio nel cuore dell’uomo. Non è un caso che la parola “desiderio” derivi proprio da “stelle” (de-sidera: “mancanza di stelle”). Il desiderio è, prima di tutto, un movimento di oltrepassamento, una sete di realtà, un voler andare oltre, verso l’altro, verso il fuori: un “fuori” il cui limite estremo sono le stelle.

La distruzione del firmamento notturno, rovesciamento e parodia dell’assedio al Regno dei Cieli, avrà un’enorme portata sul piano simbolico e ontologico. La proliferazione dei satelliti interporrà uno schermo tra noi e le stelle e sancirà l’autonomia assoluta dell’uomo dall’universo che lo circonda, nella prospettiva della trasformazione totale del mondo in macchina.

Con la secessione della terra dal Cielo verrà superato anche lo scarto tra realtà e idealità, e l’uomo, autonomo e sufficiente a se stesso, non desidererà più nulla. A quel punto anche l’esclusione dal Cielo sarà completa.

III.

Se nel mondo fisico le stelle sono l’orizzonte estremo della coscienza e del desiderio, nel mondo spirituale questo orizzonte è il Paradiso. È impossibile dire a parole la più segreta speranza dell’uomo: speranza che nella vita adulta si fa flebile e sfuggente e riecheggia perduta nelle profondità della memoria.

Memoria della prima luce (per me fu una tenda gialla impregnata di sole, nel primo anno di vita). Memoria di amichevoli presenze umane avvolte in un’aura di sospensione e indefinibile sacralità. Memoria dell’originaria gioia di essere, non ancora inquinata dalle cure della vita e dalla consapevolezza della morte.

Il primo passo verso il Paradiso è forse la rievocazione di queste esperienze imponderabili che sono il nucleo profondo di ogni persona? È forse questa la via per tornare “come bambini” e accedere al Regno che è “dentro di voi”: ritornare dentro di sé a quel passato, a quella luce perduta, sentire e amare la vita come allora? Compito difficile, se non impossibile: è anche questa la “stretta porta,” la “via angusta” che pochi riescono a trovare?

È qui che si apre una prima strada di salvezza: il Ritorno. Per noi, naufraghi in un mondo e in un’epoca contrari alla vita, l’atto di guardare indietro - al porto d’origine - sarà la precondizione necessaria per riprendere il viaggio e orientarci nuovamente alla destinazione finale.

In apparenza sia la gioia di essere sia l’ipnosi tecnologica liberano dal tempo, ci avvicinano all’eternità. Ma se l’istantaneità artificiale indotta dalla tecnica rende l’uomo una monade e lo imprigiona nella stanza degli specchi del proprio io, la gioia di essere è sempre protesa verso l’altro, è un movimento di apertura, è una consapevolezza dell’essere in viaggio.

IV.

Da tempo dilaga nel mondo un pericoloso veleno. Sotto l’egida di ideologie apparentemente “buone” quali ecologismo e umanitarismo, nella prospettiva astratta del “bene comune,” si vuole far credere che la vita umana costituisca in se stessa non un fine supremo, ma un ostacolo alla sopravvivenza della natura e della stessa umanità. Si aggrediscono le masse con continue crisi finanziarie, politiche, sanitarie amplificate ad arte; le si tortura con l’induzione mediatica della paura e dello spaesamento per portarle, in sostanza, a rinunciare a tutto e farsi da parte; la loro esistenza sarebbe in fondo inutile e dannosa.

Non spetta a noi smascherare la vera finalità di questi intrighi. Il rafforzamento del potere e del privilegio dei pochi - quando si chiede ai molti di rinunciare alla propria vita - è già una prova lampante di malignità diabolica. Il bene comune è la prophasis, il pretesto; il vero fine è il controllo dei pochi sui molti, con la complicità delle più alte istituzioni politiche e religiose ormai cooptate dal potere.

Ciò che realmente ci importa è l’effetto di queste azioni sul piano profondo della psiche e dell’anima. Il soffocamento della vita, la privazione dell’aria, l’uccisione della speranza e della prospettiva del futuro non soltanto su un piano individuale, ma anche storico e addirittura cosmico: si vuole privare l’esistenza umana di ogni orizzonte di finalità. Il potere di oggi ti dice: tu non dovresti esistere. Tu non avresti dovuto nascere.

La amoralizzazione dell’aborto serve anche a questo. La proliferazione della pornografia, che affranca il sesso dal fine di creare la vita, serve anche a questo. Il potere di oggi agisce nell'ombra, silenziosamente, inducendo gli individui a soffocare se stessi dall’interno, poco a poco, giorno dopo giorno.

Tutto è preparato nei minimi dettagli e veicolato dai media di massa attraverso l’opera paziente e implacabile di intellettuali, politici, istituzioni, università, capi religiosi. Chi non è armato di sufficiente capacità riflessiva verrà travolto, inesorabilmente.

V.

Privati del futuro e della libertà, umiliati nelle nostre più profonde speranze, soli nel deserto, cosa ci rimane? Torna alla mente il Camus de Il mito di Sisifo: “C’è solo un problema filosofico veramente serio: il suicidio.” Chi frequenta le élites sa che ci chiamano useless eaters, bocche inutili. “Ti ho visto: sei ancora quello della pietra e della fionda, / uomo del mio tempo” (Quasimodo) (1).

Il male più radicale è questa menzogna, questa falsa realtà che penetra nei cuori e nelle menti, invade ogni spazio dell’esistente, ci esclude dalla terra e dal Cielo. Pensavamo che il deserto fosse la città, il dolore del cemento e del metallo, il rombo dell’autostrada; invece il deserto è aver voluto cartografare tutto, rappresentare tutto, conoscere tutto, nella prospettiva del controllo e della trasformazione totale di tutto. Non vi saranno vie di fuga né porti sicuri a cui approdare, nemmeno in se stessi. Tutte le porte saranno chiuse. Sembra avvicinarsi il tempo della fine, il tempo dello stivale che calpesta un volto umano - per sempre (Orwell) (2).

Ma noi siamo ancora in cammino; per noi “persino questo male / è assorbito da un battito di ciglia del cervo nella radura” (Will Stone) (3). Sarà possibile riscrivere la vita dal fondo dell’esistenza? “Quando non si può andare più in fondo / il basso / si rovescia nell’alto” (Minor White) (4). Cosa resterà quando avremo perduto ogni cosa? Chi troverà la propria vita la perderà, chi la perderà la troverà.

Il problema è fare il male, non riceverlo. Accumulate per voi tesori in cielo. Nascere da acqua e Spirito, essere come il vento che soffia dove vuole. Mistero della Croce: come un movimento di assoluta negazione possa farsi Sentiero, senso, direzione.

Dio, Dio, perché mi hai abbandonato? L’impresa dell’Essere è fallita? Qui c’è solo amarezza e vergogna, dolore e rimpianto. Che questo deserto possa farsi definitivamente tenebra e silenzio, che possa chiudersi su di noi come una notte oscura a cui non segue il giorno.

VI.

In quest’oscurità anche il pensiero si raggela. Il filo di Arianna non porta più fuori dal labirinto. Posso solo aggrapparmi all’indeterminatezza della vita:

La vita è oltre / Profezie e previsioni / È impensabile (G. Chiaramonte) (5).

Anni fa, durante la veglia, ebbi tre visioni che avevano la luce e la trasparenza di un sogno. La prima visione: setacciavo il greto di un fiume in cerca di pagliuzze d’oro. La seconda visione: ero in volo e con le mani lanciavo il mio proprio cuore verso l’alto, nel cielo. La terza visione: una fronda illuminata da un raggio di sole.

Il dissolversi del pensiero nelle immagini del sogno è il ritorno alla vera conoscenza: l’eterno viaggio, la quête medievale, la ricerca senza certezza del Graal, del valore supremo.

Una preghiera per l’umanità: liberaci, Signore, da ogni falsa conoscenza, e concedici di poterti ancora cercare.

VII.

Nell’ultimo istante, quando ogni speranza sembra perduta per sempre, nel deserto appaiono due segni: un fiore, una stella.

La preghiera del medico Alexis Carrel a Maria: Vergine dolce che soccorri gli infelici, proteggimi. Il Tuo nome è più dolce del sole del mattino. Prendi Tu il peccatore inquieto dal cuore in tempesta che si consuma nella ricerca delle chimere.

Mi ritrovo su una spiaggia davanti all’oceano, in mezzo a conchiglie e uccelli marini, sono ancora in vita: non penso più niente.

Tutto è Oltre.

(Febbraio 2021)




NOTE

1. Salvatore Quasimodo, Uomo del mio tempo, da Giorno dopo giorno, 1947.

2. George Orwell, 1984.

3. Will Stone, Harrowing, da Drawing in Ash, 2011.

4. Minor White, Mirrors, Messages, Manifestations.

5. Giovanni Chiaramonte, Haiku inedito, da Salvare l'ora.

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