La fotografia come icona sacra

“È l’esistente stesso, il sole, le stelle, le piante, gli animali, gli uomini, il fuoco, a venir concepito come la forma dell’assoluto già adeguata nella sua immediatezza. La rappresentazione sensibile non è, come lo richiede l’arte, formata, configurata, inventata dallo spirito; al contrario, l’espressione adeguata del divino è trovata ed enunciata direttamente nell’esistenza esterna.” (1) Queste parole di Hegel, riferite alla religione dei Parsi, definiscono quella che a mio avviso è l’essenza del gesto fotografico: il desiderio di muoversi al di fuori di noi stessi e verso l’esistente, nella speranza di incontrarlo. In altre parole, la speranza di accedere alla realtà attraverso la sua forma sensibile. Speranza forse vana, ma poco importa, poiché tutto nella vita dell’uomo è tensione-verso e mai pieno compimento.

Nelle parole del teologo russo Evdokimov: “Se esiste l’arte astratta, è perché l’arte figurativa non rappresenta più nulla, non incarna più spirito e non irradia più luce. Il surrealismo nasce solo quando abbiamo perduto la fiamma delle cose, il contenuto segreto della semplice realtà.” (2) Astrattismo e surrealismo - qui da intendersi non in senso storico ma come metafore di un atteggiamento interiore - sarebbero i frutti di un allontanamento dalla realtà per perdersi nelle proiezioni di un sé fantasmatico; una realtà che nasconde in se stessa un segreto ed un mistero proprio in virtù del suo essere, per noi, semplice apparenza. La superficie delle cose non sarebbe dunque maya, vanità e inganno, ma al contrario un invito a penetrare nel mistero vivente del reale di cui questa stessa superficie è il volto, l’eidos (figura), il corpo esteriore. Il rapporto tra realtà e apparenza è forse il medesimo che intercorre tra corpo e mente, spirito e materia - un rapporto di assoluta interdipendenza e compartecipazione ontologica?

In quest’ottica cadrebbero tutte le accuse al medium fotografico, così care al pensiero postmoderno, di essere intrinsecamente un moltiplicatore di illusioni. Se da un lato la fotografia produce sur-realtà nel mostrarci una presenza che è un’assenza, nel confondere presente e passato, nel trasformare in modo sottile il reale che pretende di rappresentare, dall’altro essa mantiene innegabilmente la forza di un legame fisico e simbolico con il reale da cui proviene, nel senso di sym-bolon come identità effettiva di realtà e rappresentazione, opposto ad un dia-bolos che “moltiplica le distanze e le assenze” (Evdokimov) (3). Propendere per l’una o l’altra visione (o per una sintesi tra le due) è questione di finalità e di intenzioni. Il gesto fotografico puro, ben prima che il fotografo decida di costruire mondi surreali e fantasmatici, o di comporre mosaici con i tasselli che ha accumulato, nasce (almeno per me) dal semplice desiderio di muoversi verso il “fuori,” da un bisogno di “oltrepassare,” di muoversi oltre l’io verso il “tu” della realtà.

Per questo, in netta opposizione alla visione semiologica di un fare fotografia che è sempre in malafede e va “decostruito,” sento l’urgenza del ritorno ad una dimensione mitica di infanzia, innocenza, immediatezza del vedere. Il pensiero postmoderno dichiara l’innocenza impossibile, nel convincimento che non si dà esperienza che non sia testo, linguaggio, ideologia. L’origine di questo pensiero è forse nella predilezione del Moderno per l’apparire, il manifestarsi della realtà nelle sue forme “esteriori,” il fenomeno e come questo si “riflette” nelle strutture della mente - a discapito di una riflessione sull’esistenza pura, effettiva e scandalosa di una realtà che è fuori di noi ma che al contempo ci include (il noumeno), dichiarata non pensabile (Kant) o addirittura indimostrabile (Berkeley).

L’esclusione dell’idealismo tedesco e del pensiero religioso - che cercano appunto di superare questa impasse - dal comune sentire di oggi sembra indicare un rapporto con la realtà che non riesce ad esplicarsi se non in soggettivismo solipsistico da un lato o realismo oggettivante dall’altro: due posizioni che si rafforzano a vicenda nello screditare ogni possibilità di compartecipazione veritativa al reale, di unità di fenomeno e noumeno, coscienza e mondo. La dimensione mediatica riproduce smisuratamente questo aut-aut, moltiplicando i punti di vista, le apparenze e le distanze in un’infinita stanza degli specchi. L’accesso alla realtà sembra ormai appannaggio esclusivo delle tradizioni spirituali, ed in particolare di quella cristiana, ancora in grado di porsi il problema dell’esistenza dell’Altro fuori di noi e di una realtà che non sia semplice contenuto coscienziale.

Lungi dal proclamare che la fotografia sia una via per la verità, o che possa in alcun modo essere libera da condizionamenti ideologici, è su quel momento di purezza e di slancio iniziale che vorrei soffermarmi. Nelle parole di L. Ghirri, il vedere “attraverso” qualcosa, l’atto di “attraversare con lo sguardo lenti, […] filtri, vetri smerigliati, prismi, dispositivi ottici, mirini, reticoli e cornici” (4) ci fa avvertire la nostra coappartenenza allo spazio, il trovarsi in una distanza che è nel contempo prossimità e abisso. Secondo G. Chiaramonte, la fotografia finale riceve “il proprio senso soltanto in riferimento all’analogo attimo di vita che l’aveva generata e che io avevo vissuto,” e nel contempo “quell’attimo di vita riceveva da me un’adeguata comprensione solo alla luce della visione riflessiva datami dalla corrispondente fotografia.” (5)

Una “verità fotografica” che non sia semplice “esattezza” dovrà quindi includere il contenuto esperienziale, coscienziale e umano che ha accompagnato la genesi dell’immagine, e sarà da questo indivisibile come i due lati di un foglio. Poco importa che il contenuto umano sia a conti fatti inaccessibile, trovandosi sul lato oscuro: esso esiste nella sfera dell’inespresso, in cui appare “la potenza superiore del vero” (W. Benjamin) (6). E poiché la fotografia non è semplice raffigurazione ma “un calco preso direttamente dal reale” (S. Sontag) (7), l’inespresso si cela all’interno di ogni immagine fotografica come un “fuoco vivo e destabilizzante” (A. Sichera) (8). È anche in questo senso che personalmente intendo la frase di D. Arbus: “La fotografia è il segreto di un segreto: quanto più ci dice, meno noi sappiamo.”

Dunque la fotografia è molto più che rappresentazione: sul piano filosofico è una problematizzazione del fatto, apparentemente innocuo, che esiste qualcosa là fuori; sul piano psicologico è un recupero della capacità di meravigliarsi (thaumazein) di fronte all’effettiva esistenza della realtà.

L’unica immagine non-fotografica che possa in questo senso accostarsi alla fotografia è l’icona sacra. L’icona è evocazione fisica e simbolica di una Presenza, come stabilito nel Secondo Concilio di Nicea (787): “Chi venera l’immagine, venera la realtà di chi in essa è riprodotto.” Noi guardiamo l’icona e nel contempo ne siamo guardati. Allo stesso modo, se da una parte osserviamo la fotografia con sguardo di appropriazione (com-prensione), dall’altra il reale guarda noi attraverso l’immagine, spostando il centro di gravità del nostro essere più lontano dall’ego, verso il confine tra l’io e il mondo. Per questo una fotografia non può mai essere com-presa del tutto. L’esperienza autentica del guardare è sempre liminale. È lo scandalo dell’esserci dell’Altro in compresenza con noi; è il risveglio dallo stanco sogno di aver già conosciuto tutta la realtà.

La chiave di tutto è forse nell’atto del cercare (le prime parole di Cristo nel Vangelo di Giovanni: “Che cosa cercate?”). Se lo slancio iniziale è un movimento verso la verità dell’esistente (verità come istina, “ciò che è”), la speranza del cuore è quella di arrivare a un dis-velamento, all’emergere di una verità nascosta (verità come aletheia, “ciò che esce dal nascondimento”).

Come nella figura heideggeriana della Lichtung, la “radura luminosa” che appare all’improvviso nel mezzo di un bosco, l’immagine affiora dal buio del visibile come un perimetro di luce nell’oscurità, una parola pronunciata nel silenzio.

(Giugno 2020)

NOTE

1. G.W.F. Hegel, Estetica I.

2. Pavel Evdokimov, Le età della vita spirituale.

3. Ibid.

4. Luigi Ghirri, Lezioni di fotografia.

5. Giovanni Chiaramonte, Arte della luce.

6. Walter Benjamin, Le affinità elettive.

7. Susan Sontag, Sulla fotografia.

8. Antonio Sichera, Oltre la Romantik, verso Gerusalemme. Per Jerusalem di Giovanni Chiaramonte.

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